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Dritte vie

  • Immagine del redattore: Andrea Trofino
    Andrea Trofino
  • 28 ott 2008
  • Tempo di lettura: 2 min

In quella sera ci rifuggiamo nel boschetto dove i cervi consumavano le foglie logore dell’autunno ostinato. Ci accampammo tra una collinetta di pini e abeti e l’altra in una sorta di spiazzo fatto di sabbia e tempo. Così come dicono alcuni che i granelli di sabbia soffiati dal vento siano come il tempo che inesorabile ci logora le vite lentamente durante il nostro lento peregrinare sulla terra.

Jeremy era distesso con gli occhi in alto verso la sua stella favorita, la sua Venere, la sua unica Vebere di Milo. Quando perse la sua donna stava spesso a fissare la luce delle gocce di stelle, pensava che in qualche modo adesso lei era lassù e che poteva comunicarci quando voleva, ogni notte a mezzanotte, tra una preghiera risparmiata a Dio e un piccolo calice di assenzio che tingeva la stanza di chiazze verdi inebriate. Jeremy l’aveva amata sopra ogni cosa, per lui ella era stata la sua unica divinità, la sua dea. Adesso che non calpestava più col suo passo i mattoni di questo mondo ma volava chissà dove lassù nel cielo, la sua forma divina era ancora più marcata, adesso sì, Jeremy era convinto che fosse stata un angelo in terra. Adesso era un angelo nel paradiso.

Chiuse gli occhi. Sonia si apprestò a chiudere la tenda. Jeremy iniziò a sognare forte, gli occhi della sua stella adesso erano in lui. Il mattino dopo si sarebbe svegliato con l’amore dentro di lui, avrebbe ritrovato il suo mondo. Come ci perdiamo su questo mondo, ogni giorno facciamo di tutto per perderci. L’unica vera bussola che ci aiuta a ritrovare il cammino spesso è un amore per qualcuno e per qualcosa d’importante. La giusta via è segnata da frecce di cupido. Jeremy ne era convinto.

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